Risk assessment: cos’è, come si fa perché è fondamentale per la sicurezza informatica delle PMI
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Nel nostro blog mettiamo in primo piano la sicurezza informatica per le aziende, e tutti i temi collegati alla cyber security. Ecco perché è indispensabile ragionare anche in termini di risk assessment. Questo servizio è una priorità assoluta per le aziende, soprattutto per le PMI che spesso non dispongono di competenze interne dedicate.
Gli attacchi ransomware sono cresciuti in modo costante, le interruzioni operative hanno costi sempre più alti e le normative come GDPR e NIS2 richiedono livelli di protezione avanzati. Non lo diciamo noi ma le statistiche degli studi:
Il sondaggio del governo britannico sulle violazioni della cybersecurity 2025 (Cyber Security Breaches Survey 2025) ha inoltre rilevato che il 43% delle aziende britanniche ha subito una violazione o un attacco alla cybersecurity nell’ultimo anno.
In questo scenario, il risk assessment è una priorità assoluta per il board aziendale. Perché diventa lo strumento più efficace per capire quali rischi corre la tua azienda e quali misure servono per proteggerla. Non si tratta di un documento teorico, ma di un processo pratico che permette di mappare vulnerabilità, priorità e soluzioni concrete.
Indice dei contenuti
Il lavoro di risk assessment è la valutazione svolta da esperti nel settore della sicurezza informatica per valutare e anticipare tutto ciò che può essere un rischio per l’ecosistema aziendale. Si va dal cyber attacco esterno all’errore umano, fino al banale guasto hardware che però può bloccare un’intera linea di produzione a causa di interruzioni dei servizi IT.
Per sintetizzare, possiamo dire che il risk assessment, nella sua pubblicazione finale, risponde in modo approfondito e dettagliato a tre domande fondamentali: quali asset sono critici per il business? Quali minacce potrebbero comprometterli? Qual è il livello di rischio che può investire l’azienda e come possiamo ridurlo?
Spesso questi concetti vengono presentati come sinonimi ma non è così. A differenza del risk management, che riguarda la gestione continua dei rischi a cui va incontro l’azienda valutandone anche la soluzione materiale, il risk assessment è la fase iniziale di analisi da cui parte ogni decisione strategica in ambito sicurezza.
È importante distinguere anche questi processi. Se il cyber risk assessment è la gestione continua dei pericoli che riguardano l’aspetto digitale e l’infrastruttura IT, quello tradizionale riguarda tutto ciò che tocca strutture fisiche, macchinari e processi operativi. Nello specifico, oggi il cyber risk assessment sposta l’attenzione sulle attività informatiche, sugli accessi digitali e sulla sicurezza dei dati. Includendo anche la valutazione di quanto siano sicuri i nostri fornitori digitali.
Le PMI italiane sono diventate una preda succulenta per i criminali informatici. Questo perché è probabile che riescano a violarla con un impegno medio basso: spesso meno protette delle grandi multinazionali. Certo, la posta in gioco è minore ma il lavoro risulta meno impegnativo.
Un attacco non bloccato, che riesce a fare breccia, non è solo un problema tecnico: diventa un colpo durissimo alla stabilità economica. Senza una protezione adeguata, un’azienda rischia di dover fermare la produzione per giorni, perdendo ordini e clienti, oltre a dover affrontare costi di ripristino che spesso superano di gran lunga il costo della prevenzione.
La pressione normativa è importante quando si affronta il tema della sicurezza digitale e informatica. Il GDPR esige l’adozione di misure tecniche e organizzative adeguate per ottenere diversi benefici. Ad esempio, specifica che ogni azienda sia in grado di dimostrare la propria accountability, ovvero di aver fatto tutto il possibile per proteggere i dati.
Il risk assessment è la prova tangibile di questo impegno. Ancora più stringente è la direttiva NIS2, che trasforma la valutazione dei rischi informatici in un vero obbligo di legge per molte realtà produttive e per i loro fornitori, perché esige dalle aziende dei settori critici e delle relative supply chain di analizzare e valutare i rischi ICT, garantire continuità operativa, proteggere le infrastrutture critiche e gestire la sicurezza della supply chain.
Il requisito per dimostrare e attivare tutti questi passaggi? L’adozione di un risk assessment non improvvisato, gestito attraverso l’esperienza e le competenze di un team specializzato in cyber security (come quello di IT Impresa).
Un’azienda ha bisogno di un partner specializzato per portare a termine un percorso del genere, ma questo non vuol dire ignorare la base che ti permette di realizzare un programma di risk assessment. Programma che si basa su 5 punti essenziali. Vale a dire?
Prima di capire cosa proteggere, bisogna sapere cosa hai in azienda. Molte aziende non hanno una mappatura completa dei propri asset digitali critici: quegli elementi senza i quali l’azienda si ferma o subisce danni gravi.
Devi censire server e infrastrutture – Dove risiedono? Chi ha accesso? Sono ridondati? – ERP e software gestionali, dati dei clienti con anagrafiche, storico ordini, contratti. In più aggiungiamo credenziali amministrative, accessi privilegiati, account di servizio. E processi produttivi/logistici tipo sistemi SCADA, macchinari connessi, piattaforme di tracciabilità.
Un errore comune? Concentrarsi solo sull’IT e dimenticare gli asset ibridi: quel vecchio NAS in magazzino dove l’ufficio tecnico salva i progetti CAD, il PC dell’amministrazione con l’unica copia del file Excel dei fornitori, il backup su hard disk esterno che nessuno controlla da mesi. Tutti asset critici e potenziali punti di rottura.
Le minacce più probabili nascono da errori umani, configurazioni sbagliate e tecnologie obsolete. Il risk assessment si occupa di delineare, in base alle analisi precedenti, le vulnerabilità tipiche che riguardano alcuni aspetti ben noti:
L’obiettivo non è fare un elenco infinito di possibili problemi, ma identificare le criticità reali. Un vulnerability scanner automatico può aiutare, ma serve anche l’occhio esperto di chi sa dove guardare.
Non tutti i rischi sono uguali. La valutazione dell’impatto serve proprio a questo: quantificare le conseguenze. Ogni minaccia va analizzata su quattro dimensioni di impatto:
La valutazione dell’impatto dovrebbe produrre numeri concreti. Affidarsi a un’azienda professionale ti permette di avere una marcia in più anche su questo fronte. Che non è una banalità ma un contributo per la tua azienda.
Servono priorità chiare, basate su criteri oggettivi. Lo strumento principe è la matrice di rischio, che incrocia due variabili: probabilità – quanto è probabile che questa minaccia si concretizzi – e impatto. Ovvero, se si concretizza, quanto danno fa? Il risultato è una griglia che classifica i rischi in:
Questo approccio evita due errori classici: paralisi decisionale e spreco di risorse. Un partner IT serio ti presenta questa matrice con i dati reali, non una tabella generica copiata da un template.
Questa è la fase che trasforma l’analisi in azione. Un risk assessment senza piano di mitigazione è un esercizio inutile. Per ogni rischio prioritizzato, vanno definite contromisure concrete:
Ogni contromisura va corredata di: responsabile dell’implementazione, timeline realistica, costo stimato, KPI per misurare l’efficacia. Senza questi elementi, il piano resta sulla carta. E qui c’è il punto cruciale: il monitoraggio non finisce con l’implementazione.
Se sei un imprenditore o un IT manager che vuole partire subito, ecco una checklist operativa per impostare un primo assessment interno. Non sostituisce un lavoro professionale, ma è un punto di partenza utile:
Questa checklist non ti rende esperto di cyber security, ma è un punto di partenza: evita l’errore più grande ovvero ignorare il problema. E già questo è un passo avanti rispetto a molte PMI italiane. Poi, per il resto serve un contributo extra da parte di chi sa cosa fare.
La teoria è una cosa, la pratica un’altra. Vediamo cosa emerge concretamente quando si fa un risk assessment in una PMI italiana tipica. E ti renderai conto che i problemi si ripetono con una regolarità impressionante.
Uno dei punti più comuni è quello dei server obsoleti. Ad esempio un Windows 2012 R2 (fuori supporto da ottobre 2023) che lavora ancora. Perché? “Ci gira sopra il gestionale e il fornitore dice che non è compatibile con versioni più recenti”. Oppure server Linux con kernel vecchi di 5-6 anni, mai aggiornati per paura di rompere qualcosa.
E poi c’è la tipica assenza del disaster recovery. La maggior parte delle PMI confonde backup con disaster recovery. Hanno i backup, ma non hanno un piano per ripristinare l’operatività in tempi accettabili. E poi c’è il backup non testato da 14 mesi: gira regolarmente, il log dice success, tutto sembra a posto. Poi arriva il ransomware, si va a ripristinare ma i file sono corrotti, il backup non include quel server critico, la procedura di restore non funziona.
Ancora un caso concreto: assenza di autenticazione multifattore. C’è solo una VPN aziendale accessibile da internet con solo username e password. Nessun secondo fattore.
Credenziali rubate o, peggio, indovinate con un attacco di brute force e l’attaccante è dentro la rete aziendale. E poi c’è il caso tipico dei dipendenti vulnerabili al phishing: la maglia più debole della catena. Email ben fatta che sembra arrivare dal CEO, dal commercialista, dalla banca: il dipendente clicca, inserisce credenziali o scarica l’allegato. Tutto crolla.
Un risk assessment serio non si limita a elencare i problemi. Propone soluzioni concrete, con costi, tempi e priorità chiare. Ecco gli interventi che vengono raccomandati:
Quando si parla di risk assessment in ambito IT non bisogna ipotizzare dei percorsi autonomi, bisogna mettere da parte il fai da te e affidare tutto a un’azienda qualificata. Un partner dedicato a questo argomento non si limita a una visione superficiale dei sistemi: ha un approccio strutturato, ripetibile e soprattutto documentato che ti permette di lavorare sul risk assessment e su altre attività collegate che si effettuano dopo come il vulnerability assessment e il penetration test. Ecco qualche indicazione:
Il risultato di un approccio basato su questi punti? Decisioni basate su evidenze empiriche, non su opinioni o idee nate dal passaparola. Questo, in un mondo dove ogni giorno spunta una nuova minaccia informatica, è probabilmente l’investimento più sensato che un’azienda possa fare.
Non tutti i fornitori IT sono uguali, e quando si tratta di risk assessment la differenza conta. Le competenze in cyber security sono il primo filtro. Certificazioni come ISO 27001, CISSP, CEH (Certified Ethical Hacker) o CISM dimostrano che il partner ha investito in formazione continua e segue standard riconosciuti.
Non basta avere un certificato, la capacità di offrire monitoraggio proattivo è ciò che separa un intervento superficiale da una vera gestione della sicurezza.
Il risk assessment fotografa la situazione attuale, ma i rischi evolvono continuamente. Un partner serio propone SOC (Security Operations Center) o servizi MDR (Managed Detection and Response) per tenere sotto controllo la situazione nel tempo, non solo quando qualcosa si rompe. E poi c’è l’esperienza con normative GDPR e NIS2 che va verificata sul campo. Ecco perché è meglio chiedere case study con esempi concreti di aziende seguite.
La compliance normativa non è una checklist da spuntare: è un processo che deve integrarsi con le procedure operative quotidiane. Un partner che propone soluzioni già pronte, molto probabilmente, non ha il polso della situazione. Trasparenza e report chiari sono un punto essenziale per gestire questo equilibrio ma troppi fornitori IT producono documenti incomprensibili pieni di tecnicismi per giustificare costi elevati.
Un’azienda specializzata in risk assessment spiega i rischi in termini di impatto sul business, mostra esattamente dove stai investendo e non nasconde le criticità dietro giri di parole, ma si concentra anche su un altro concetto: la sicurezza IT è un processo continuo. Ecco perché ti serve un partner che offra SLA chiari, canali di escalation definiti e aggiornamenti regolari sulle nuove minacce che potrebbero toccarti.
Un buon partner IT sa anche contestare l’azienda quando è necessario. Ad esempio se una spesa non è giustificata o quando la percezione del rischio è errata, sottostimata o esasperata. La vendita aggressiva e la sicurezza informatica seria raramente vanno d’accordo, ma lo stesso vale per la superficialità nell’ignorare determinati segnali.
Non possiamo dare una definizione precisa di un lavoro così articolato e dipendente dalle caratteristiche della singola azienda. Però ci sono degli elementi che influenzano direttamente il prezzo del risk assessment.
Quello che è importante comprendere è che non si tratta di un costo, non deve essere visto come un investimento: il risk assessment è un valore. Certo, in un mondo perfetto non ci sarebbero i black hat hacker e quindi sarebbe superfluo parlare di questo argomento. Ma non è così. Quindi dobbiamo ragionare in termini virtuosi.
Tecnicamente no, ma è una di quelle situazioni in cui la forma conta meno della sostanza. L’articolo 32 del GDPR richiede che le aziende implementino “misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio”. In caso di violazione dei dati (data breach), il Garante Privacy ti chiederà di dimostrare che avevi fatto tutto il possibile per prevenirla. E senza un risk assessment documentato, questa dimostrazione diventa praticamente impossibile.
Sì. La direttiva NIS2, recepita in Italia e operativa dal 17 ottobre 2024, è esplicita. Le aziende che rientrano nei settori critici (energia, trasporti, sanità, infrastrutture digitali, settore bancario, tra gli altri) o importanti (servizi postali, gestione rifiuti, produzione di alimenti, provider digitali) devono implementare “misure di gestione dei rischi relativi alla cyber sicurezza”.
La risposta breve: almeno una volta all’anno ma dipende da quanto cambia velocemente l’ambiente IT. Un’azienda stabile, con infrastruttura consolidata e poche modifiche, può fare un assessment annuale completo e aggiornamenti trimestrali di verifica. Ma se stai migrando al cloud, implementando nuovi sistemi gestionali, aprendo sedi, assumendo dipendenti in smart working o cambiando fornitori critici, il risk assessment va rifatto immediatamente.
Un risk assessment professionale richiede competenze tecniche specifiche: capacità di fare vulnerability assessment, leggere log di sistema, valutare architetture di rete, interpretare configurazioni di firewall, comprendere normative sulla protezione dati, conoscere framework di sicurezza (NIST, ISO 27001, CIS Controls). Non sono skill che si improvvisano. Ecco perché affidarsi a un partner IT qualificato ha senso.
Il risk assessment è lo strumento che ti permette di prendere il controllo reale della sicurezza informatica aziendale, prevenire interruzioni che costano migliaia di euro al giorno e proteggere gli asset digitali che fanno girare il tuo business.
L’equazione è cambiata: non avere una base di risk assessment significa accettare consapevolmente rischi evitabili. E quando qualcosa andrà storto, sarà difficile giustificare questa scelta al consiglio di amministrazione o, peggio ancora, al Garante Privacy piuttosto che l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) .
La domanda non è “posso permettermi un risk assessment?“
Ma piuttosto “posso permettermi di non farlo?“.
La risposta, nella maggior parte dei casi, è no.
Vuoi scoprire il livello reale di sicurezza della tua azienda? Contattaci per una consulenza professionale e lavoriamo insieme sulla creazione di un risk assessment completo: analisi dettagliata delle vulnerabilità, classificazione dei rischi per priorità e roadmap concreta di miglioramento. In modo da prendere decisioni informate sulla sicurezza dei tuoi sistemi.












