
Qual è il problema che molte aziende pensano di avere sotto controllo e che, in realtà, stanno sottodimensionando in modo plateale? La continuità operativa IT. Questa risposta non è casuale: l’abbiamo maturata sul campo, nasce dall’esperienza empirica vissuta insieme ai nostri clienti. Molti pensano che sia sufficiente un buon backup, che gira in automatico, per poter gestire al meglio l’infrastruttura IT.
Chi vuole garantire ai clienti quell’uptime così importante non può fermarsi a soluzioni standard. Deve prendersi cura della continuità operativa IT. Lo stesso vale per chi gestisce un ecommerce che prevede picchi stagionali o per le strutture che devono garantire accessi continui alle piattaforme di interazione con il pubblico.
In realtà non è così semplice gestire una buona continuità operativa e chi pensa di risolvere questo step con pochi passaggi rischia di ritrovarsi con una serie di problemi sia legali che reputazionali da risolvere. Ma non temere, le soluzioni ci sono: affrontiamo l’argomento per scoprirle insieme.
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Per capire la centralità di questo argomento bisogna iniziare da una spiegazione chiara. La continuità operativa IT (o business continuity) è l’insieme di strategie, procedure e tecnologie che un’azienda utilizza per fare in modo che i sistemi informatici critici non crollino. E l’infrastruttura IT continui a funzionare.
Non solo, questa materia si occupa anche di fare in modo che i servizi si riprendano il più velocemente possibile in caso di interruzione. Mettendo in pratica tutte le dinamiche previste da una buona strategia di disaster recovery aziendale per ridurre al minimo i disagi (non hai ancora un piano? Noi possiamo aiutarti).
Questo è uno dei temi centrali del nostro lavoro di consulenza informatica: dobbiamo far arrivare il concetto che non è corretto pensare al backup – ovvero una semplice copia dei dati – come unica soluzione utile per tutelare l’infrastruttura IT da eventuali eventi disastrosi.
Molte aziende, infatti, confondono ancora la business continuity e il backup periodico. Il motivo è semplice: un file salvato su un disco non serve a nulla se servono giorni per ripristinarlo. O se poi, magari, il backup non funziona perché nessuno ha testato la sua effettiva integrità.
Il concetto fondamentale è che bisogna distinguere tra continuità operativa IT funzionale e resiliente. La prima si limita a reagire schematicamente alla difficoltà cercando di tornare operativi dopo il problema, coinvolge una mentalità reattiva: “quando succede qualcosa, attiviamo il piano B”.
Noi, però, preferiamo una business continuity resiliente, ovvero in grado di concentrarsi sulla continuità senza interruzioni capace di seguire un pensiero differente: “il sistema deve reggere l’impatto senza cadere”. Anche perché, quando si interrompe, spesso sopraggiunge sempre qualche inconveniente che non renderà fattibile un ripristino rapido.
In molti casi è proprio così: la continuità operativa nel settore IT viene considerata una marcia in più: diventa un beneficio tangibile da proporre come vantaggio competitivo di un partner tecnologico rispetto ai concorrenti. Prendiamo come esempio un hosting provider che può garantire un uptime del 99,99%.
Perché diventa un plus? Quando un concorrente va offline per ore/giorni e tu no, mantieni la fiducia dei tuoi clienti e ne acquisisci di nuovi: quelli non sono soddisfatti del provider che ha lasciato il sito web offline. Un caso ancora più interessante: se il tuo e-commerce affronta il Black Friday sempre online, e quello del competitor crolla, hai un benefit competitivo che si trasforma in fatturato superiore.
Lo stesso si può dire se la tua piattaforma SaaS ha uptime del 99.99% e quella dei competitor del 99.5%: nelle gare d’appalto questo può essere un vantaggio reale. Le aziende che investono in resilienza, in estrema sintesi, diventano partner affidabili per i propri clienti e dei riferimenti importanti per le sfide che richiedono operatori capaci di lavorare bene anche durante crisi o emergenze.
Abbiamo sottolineato questo: la continuità operativa nell’ambito IT è un processo proattivo, non una misura reattiva. E comprende tre grandi campi: ridondanza dei dati in più data center (cloud o on-premise), procedure di failover automatico per evitare interruzioni, monitoraggio h24 e piani di escalation chiari.
Sempre importante distribuire i carichi di lavoro tra più regioni o provider. Questo è utile per ridurre il rischio di single point of failure. La soluzione multi-zona (availability zones dello stesso provider) è ormai uno standard. È il minimo sindacale per applicazioni critiche.
Le aziende più attente, però, oggi adottano strategie multi-cloud che combinano servizi differenti come AWS, Azure e Google Cloud per gestire in modo flessibile costi e rischi. Il concetto è semplice: “se AWS va giù passo tutto su Azure” ma è anche vero che le competenze necessarie per attivare questa soluzione sono elevate e la complessità aumenta.
I moderni sistemi di disaster recovery integrano automazione e intelligenza artificiale per testare periodicamente la capacità di ripristino, evitando la dipendenza dal fattore umano. Dipendenza che può essere il vero punto debole dell’architettura IT: i test manuali vengono fatti una volta all’anno, se vengono fatti, e spesso i risultati non vengono valutati con attenzione. L’automazione permette:
L’intelligenza artificiale può aiutare a rendere operativo un sistema capace di garantire una continuità operativa reale anche se alla base c’è sempre bisogno di un investimento iniziale serio attraverso un’infrastruttura adeguata e un monitoraggio efficace.
Le piattaforme di AIOps (Artificial Intelligence for IT Operations) analizzano in tempo reale metriche di performance e log, anticipando i collassi dell’infrastruttura. Questo avviene attraverso intelligenza artificiale e machine learning. Il risultato: meno downtime, zero panico e maggiore tranquillità operativa.
Anche perché grazie a queste tecnologie puoi individuare le correlazioni tra eventi complessi che un occhio umano faticherebbe a considerare come elementi degni di nota. Infatti, il valore dell’AIOps non è quello di prevedere il futuro ma dare senso più velocemente ai dati grezzi: queste tecnologie ti consentono di capire subito dove guardare – anomaly detection su metriche note – invece di perdere ore a cercare.
La valutazione della continuità operativa IT in azienda è fondamentale perché molte imprese pensano – erroneamente, è chiaro – di essere capaci di adattarsi positivamente alle avversità e di riorganizzare la propria struttura dopo un evento negativo.
Fin quando non arriva il primo vero test sul campo. E qui si scoprono le debolezze. Serve un approccio strutturato, non basato su percezioni o wishful thinking. Quali sono le operazioni fondamentali?
Come puoi immaginare, gli aspetti da valutare sono tanti e non sempre facili da gestire internamente. Da dove inizia il lavoro? Un audit IT aziendale è il punto di partenza per misurare il livello di resilienza e correggere le lacune. Analizziamo insieme la resilienza della continuità operativa interna e progettiamo un piano su misura per consentire alla tua impresa di affrontare ogni difficoltà con il minor danno possibile.












